Gesù Ti amo Ti adoro Ti benedico
Estratti tematici dall'Opera di Maria Valtorta
Sezione: Gesù Maestro












estratti temaci presenti nella pagina: trentadue (32) - data utimo aggiornamento: 7 maggio 2026
Non giudicare.
Tu non puoi sapere nulla.

Vi sono cose che Io permetto.
Ve ne sono altre che Io provoco.
E nessuna è senza scopo.
E nessuna è capita con giustizia da voi umani.

Io solo sono Giudice e Salvatore.
Una sola cosa è necessaria all’uomo: il regno dello spirito dove Io sono, il Regno di Dio.
Di quest’ultima cosa operata in te, per cui sei diventata la mia imitatrice nel silenzio che è prudenza, che è carità, che è sacrificio, e che mi piace più di un incenso, me ne hai dato lode proclamando che Io avevo fatto la grazia.
Questo riconoscimento mi spinge ad operare di più.
L’amore è il microscopio dell’anima.

Più uno ama Me e vede le cose attraverso di Me, e più vede le macchioline della sua coscienza.
Queste non mi allontanano perché Io so come siete fatti.

Ma non mi allontanano se l’anima le subisce come inevitabili ma non le provoca e anzi cerca subito di mondarsi.
Ricordalo sempre.
Credono che la Penitenza sia una cosa inutile, sorpassata, una quieta manìa.
Non c’è che Penitenza e Amore che abbiano peso agli occhi di Dio per arrestare gli avvenimenti e deviarli.
Ma sapete, o disgraziati, cosa fate trascurando l’amore?
Perdete Dio, il suo aiuto in Terra, la sua vista in Cielo.
Una parola di consiglio, di conforto, di dolcezza, un atto di aiuto materiale, una preghiera sono carità.
Un’elemosina data con mal garbo, avvilendo il povero, in cui non sapete vedere Me, non è carità.
Ma pensa questo, per non sbagliare, quando ti guardi con stupore vedendo che le tue braccia mettono penne mutandosi in ali: tutto il bene che vedi essere nato dove prima erano erbacce e bronchi di male è mio, te l’ho donato Io. Da te non avresti potuto nulla, nonostante il tuo buon volere.
Sono Maestro e Medico, ma sono anche Padre. E se non fossi l’Uomo-Dio vorrei dire: sono Madre per voi tutti perché come una madre Io vi porto, vi nutro, vi curo, vi istruisco, piango su voi, di voi mi glorio. L’amore di un padre è già diverso. L’amore di una madre è l’amore degli amori, dopo quello di Dio. È per questo che sulla croce vi ho dati alla Mamma mia. Non vi ho affidati al Padre, dal quale, morendo, vi riscattavo. Vi ho dati alla Mamma perché eravate informi o appena nati e vi era bisogno di un seno di Mamma per voi.
Non giudicare nulla spregevole, rispetto al soprannaturale. La vita è fatta di cose comuni ma che, rivestite di amore, divengono eccelse. Mia Madre è stata ugualmente grande e degna dell’ammirazione degli angeli nell’attimo del suo “fiat” come quando, lasciando le contemplazioni dei più alti misteri e la meditazione del dolore che avrebbe ferito Lei attraverso la sua Creatura, si dedicava alle umili incombenze della donna lavando, con amore, i miei pannilini, cucinando, con amore, il cibo allo sposo, rassettando, con amore, la casa, ascoltando, con amore, i bisogni dei vicini. L’amore è sempre pronto, pieghevole, dolce, ilare, generoso, paziente.
Volete un segno della mia potenza? Ma sono venti secoli che vi do questo segno! A che è giovato? Ho aperto su di voi i torrenti delle mie grazie e dal Cielo li ho fatti scendere sulla Terra in mille e diecimila miracoli. Ho sanato i vostri malati, ho sedato le vostre guerre, ho prosperato i vostri affari, ho risposto ai vostri dubbi, anche su cose di fede, perché so la vostra debolezza che non crede se non vede, sono venuto a ripetere la mia dottrina, ho mandato mia Madre perché con la sua dolcezza vi piegasse a penitenza e ad amore. A che ha giovato? Mi avete trattato come uno scemo, sfruttando la mia potenza e la mia pazienza, convinti che Io, dopo avere fatto il miracolo, non me ne ricordassi più. No, figli del mio dolore. Tutto è segnato nel gran libro della mia Intelligenza e non è usato inchiostro per scrivere in essa, ma il carbone acceso dell’Amore. E tutto viene ricordato.
Dialogo tra il rabbi Gamaliele e il Maestro Gesù:

Gamaliele:
«Tu ami molto le erbe e gli animali, non è vero?».

Gesù:
«Molto. È il mio libro vivente. L’uomo ha sempre davanti le fondamenta della fede. La Genesi vive nella natura. Ora, uno che sa vedere, sa anche credere. Questo fiore, così dolce nel profumo e nella materia delle sue pendule corolle, e così in contrasto con questo spinoso ginepro e con quel ginestrone pungente, può essersi fatto da sé? E, guarda là, quel pettirosso può essersi così da solo fatto, con quella ditata di sangue disseccato sulla gola molle? E quelle due tortore dove e come hanno potuto dipingersi quel collare di onice sul velo delle piume grigie? E là, quelle due farfalle, una nera a grandi occhi d’oro e rubino, bianca con righe d’azzurro l’altra, dove avranno trovato le gemme e i nastri per le loro ali? E questo rio? È acqua. Sta bene. Ma da dove venuta? Quale la fonte prima dell’acqua-elemento? Oh! guardare vuol dire credere, se si sa vedere».

Gamaliele:
«Guardare vuol dire credere. Noi guardiamo troppo poco la Genesi viva che ci sta davanti».

Gesù:
«Troppa scienza, Gamaliele. E troppo poco amore, e troppo poca umiltà».
Io ve la do. Ve lo dovreste ricordare. Ve la do come vita animale facendovi nascere e conservandovi vivi. Ve la do come vita spirituale con la Grazia e i Sacramenti.
Dovreste ricordarvelo sempre e farne buon uso.
Quando poi vi rendo la salute, vi faccio rinascere quasi dopo malattia mortale, dovreste ancor più ricordarvi che quella vita, rifiorita quando già la carne sapeva di tomba, è mia.
E per riconoscenza usarla nel Bene.
Non vi è altra via. Quella è.

Ma però guardiamola non attraverso il colore della minaccia, ma attraverso il colore dell’amore. Non diciamo: “Guai se non farò questo!” rimanendo tremanti in attesa di peccare, di non essere capaci di non peccare.
Ma diciamo: “Beato me se farò questo!” e con slancio di soprannaturale gioia, giubilando, lanciamoci verso queste beatitudini, nate dall’osservanza della Legge come corolle di rose da un cespuglio di spine.
Il povero di spirito se è ricco non pecca per l’oro, ma del suo oro fa la sua santificazione poiché ne fa amore.
Amato e benedetto, egli è simile a quelle sorgive che salvano nei deserti e che si danno, senza avarizia, liete di potersi dare per sollevare le disperazioni.

Se è povero, è lieto nella sua povertà, e mangia il suo pane dolce della ilarità del libero dall’arsione dell’oro, e dorme il suo sonno scevro da incubi, e sorge riposato al suo sereno lavoro che pare sempre leggero se viene fatto senza avidità e invidia.
Le cose che fanno ricco l’uomo sono l’oro come materia, gli affetti come morale. Nell’oro sono comprese non solo le monete ma anche le case, i campi, i gioielli, i mobili, le mandre, tutto quanto insomma fa materialmente doviziosa la vita. Nelle affezioni: i legami di sangue o di coniugio, le amicizie, le dovizie intellettuali, le cariche pubbliche.

Le grazie che Dio ci concede non sono un male e non lo devono divenire. Amore sono. Per amore sono date.
Occorre con amore usarne di queste ricchezze che Dio ci concede in affetti e in bene. E solo chi non se ne fa degli idoli ma dei mezzi per servire in santità Dio, mostra di non avere un attaccamento peccaminoso ad esse.
Pratica allora la santa povertà dello spirito, che di tutto si spoglia per essere più libero di conquistare Iddio santo, suprema Ricchezza.
Conquistare Dio, ossia avere il Regno dei Cieli.
Ciò può parere in contrasto con gli esempi della vita giornaliera. I non mansueti sembrano trionfare nelle famiglie, nelle città, nelle nazioni. Ma è vero trionfo? No. È paura che tiene apparentemente proni i soverchiati dal despota, ma che in realtà non è che velo messo sul ribollire di ribellione contro il tiranno.
Non portano a Dio quei sacerdoti che non vanno alla conquista degli spiriti con la dolcezza paziente, umile, amorosa, ma sembrano guerrieri armati che si lancino ad un assalto feroce tanto marciano con irruenza e intransigenza contro le anime… Oh! povere anime!
Se fossero sante non avrebbero bisogno di voi, sacerdoti, per raggiungere la Luce. L’avrebbero già in sé.
Se fossero giusti non avrebbero bisogno di voi giudici per essere tenuti nel freno della giustizia, l’avrebbero già in sé.
Se fossero sani non avrebbero bisogno di chi cura.

Siate dunque mansueti. Non mettete in fuga le anime. Attiratele con l’amore. Perché la mansuetudine è amore, così come lo è la povertà di spirito.
L’uomo è uno svagato bambino, è uno spensierato superficiale, è un nato di tardivo intelletto finché il pianto non lo fa adulto, riflessivo, intelligente. Solo coloro che piangono, o che hanno pianto, sanno amare e capire. Amare i fratelli ugualmente piangenti, capirli nei loro dolori, aiutarli colla loro bontà, esperta di come fa male essere soli nel pianto. E sanno amare Dio perché hanno compreso che tutto è dolore fuorché Dio, perché hanno compreso che il dolore si placa se pianto sul cuore di Dio, perché hanno compreso che il pianto rassegnato che non spezza la fede, che non inaridisce la preghiera, che è vergine di ribellione, muta natura, e da dolore diviene consolazione.
Sì.
Coloro che piangono amando il Signore saranno consolati.
Vi è una vita nella vita così come in una noce vi è il gheriglio. Non è il guscio la noce, ma è l’interno gheriglio che è la noce. Se seminate un guscio di noce non nasce nulla, ma se seminate il guscio con la polpa nasce grande albero.
Così è l’uomo.

Non è la carne che diviene immortale, è l’anima.
E va nutrita per portarla all’immortalità, alla quale, per amore, essa poi porterà la carne nella risurrezione beata.
Nutrimento dell’anima è la Sapienza, è la Giustizia. Come liquido e cibo esse vengono aspirate e corroborano, e più se ne gusta e più cresce la santa avidità del possedere la Sapienza e di conoscere la Giustizia.
Ma verrà pure un giorno in cui l’anima insaziabile di questa santa fame sarà saziata.
Verrà.

Dio si darà al suo nato, se lo attaccherà direttamente al seno e il nato al Paradiso si sazierà della Madre ammirabile che è Dio stesso, e non conoscerà mai più fame, ma si riposerà beato sul seno divino.
Nessuna scienza umana equivale a questa divina.
Beato dunque colui che sa essere misericordioso agli affamati, ai nudi, ai senza tetto, ai miseri delle ancor più grandi miserie che sono quelle del possedere cattivi caratteri che fanno soffrire chi li ha e chi con loro convive.
Abbiate misericordia. Perdonate, compatite, soccorrete, istruite, sorreggete.

Non chiudetevi in una torre di cristallo dicendo: “Io sono puro e non scendo fra i peccatori”. Non dite: “Io sono ricco e felice, e non voglio udire le miserie altrui”.
Badate che più rapido di fumo dissipato da gran vento può dileguarsi la vostra ricchezza, la vostra salute, il vostro benessere famigliare. E ricordate che il cristallo fa da lente, e ciò che mescolandovi fra la folla sarebbe passato inosservato, mettendovi in una torre di cristallo, unici, separati, illuminati da ogni parte, non potete più tenerlo nascosto.

Misericordia per compiere un segreto, continuo, santo sacrificio di espiazione e ottenere misericordia.
Dio è Purezza. Il Paradiso è regno di Purezza. Niente di impuro può entrare in Cielo dove è Dio.
Perciò se sarete impuri non potrete entrare nel Regno di Dio. Ma, oh! gioia! Anticipata gioia che il Padre concede ai figli! Colui che è puro ha dalla Terra un principio di Cielo, perché Dio si curva sul puro e l’uomo dalla Terra vede il suo Dio. Non conosce sapore di amori umani, ma gusta, fino all’estasi, il sapore dell’amore divino, e può dire: “Io sono con Te e Tu in me, onde io ti possiedo e conosco come sposo amabilissimo dell’anima mia”.
E, credetelo, che chi ha Dio ha inspiegabili, anche a se stesso, mutamenti sostanziali per cui diviene santo, sapiente, forte, e sul suo labbro fioriscono parole, e i suoi atti assumono potenze che non sono, no, della creatura, ma di Dio che vive in essa.

Cosa è la vita di colui che vede Dio? Beatitudine. E vorreste privarvi di simile dono per fetide impurità?
La pace è una delle caratteristiche di Dio. Dio non è che nella pace. Perché la pace è amore, mentre la guerra è odio. Satana è Odio. Dio è Pace.

Non può uno dirsi figlio di Dio, né può Dio dire figlio suo un uomo se costui ha spirito irascibile sempre pronto a scatenare tempeste. Non solo. Ma neppure può dirsi figlio di Dio colui che, pur non essendo di proprio scatenatore delle stesse, non contribuisce con la sua grande pace a calmare le tempeste suscitate da altri.
L’uomo è tanto insatanassato che odia il bene ovunque si trovi, che odia il buono, quasi che chi è buono, anche se tace, lo accusi e rampogni.
Infatti la bontà di uno fa apparire ancor più nera la malvagità del malvagio.
Infatti la fede del credente vero fa apparire ancora più viva la ipocrisia del falso credente.
Infatti non può non essere odiato dagli ingiusti colui che col suo modo di vivere è un continuo testimoniare la giustizia.

E allora, ecco, che si infierisce sugli amanti della giustizia.
Anche qui è come per le guerre. L’uomo progredisce nell’arte satanica del perseguitare più che non progredisca nell’arte santa dell’amare. Ma non può che perseguitare ciò che ha breve vita.

L’eterno che è nell’uomo sfugge all’insidia, e anzi acquista una vitalità ancor più vigorosa dalla persecuzione.
La vita fugge dalle ferite che aprono le vene o per gli stenti che consumano il perseguitato.

Ma il sangue fa la porpora del re futuro e gli stenti sono tanti scalini per montare sui troni che il Padre ha preparato per i suoi martiri, ai quali sono serbati i seggi regali del Regno dei Cieli.
Prima di ora furono calunniati ed oltraggiati i Profeti.
Ma quando si apriranno le porte dei Cieli, come imponenti re, essi entreranno nella Città di Dio e li inchineranno gli angeli, cantando di gioia.

Pure voi, pure voi, oltraggiati e calunniati per essere stati di Dio, avrete il trionfo celeste, e quando il tempo sarà finito e completo sarà il Paradiso, ecco che allora ogni lacrima vi sarà cara, perché per essa avrete conquistato questa gloria eterna che in nome del Padre Io vi prometto.
Non di più. Il di più ve lo suggerisce il Maligno, e per ridere poi di voi che, non potendo tutto ritenere, cadete in menzogna e siete sbeffeggiati e conosciuti per mentitori.
A quali molte, a quali appena quante necessitano al vivere, e vi dice: “Ora a te. Io te le ho date. Fai di questi mezzi un fine quale il mio amore lo desidera per tuo bene. Io te le affido. Ma non perché tu te ne faccia un male. Per la stima che ho in te, per riconoscenza dei miei doni, tu fa’ fruttare, e per questa vera Patria, i tuoi beni”.
Il domani penserà a se stesso, e voi ad esso penserete quando lo vivrete.
Perché pensarvi da oggi? Non è già abbastanza piena dei ricordi penosi di ieri, e dei pensieri crucciosi di oggi, la vita, per sentire bisogno di mettervi anche gli incubi dei “che sarà?” del domani?

Lasciate ad ogni giorno il suo affanno! Ve ne saranno sempre più di quante ne vorremmo di pene nella vita, senza aggiungere pene presenti a pene future!

Dite sempre la grande parola di Dio: “Oggi”.
Siete suoi figli, creati secondo la sua somiglianza.
Dite dunque con Lui: “Oggi”.
Cosa vi lascia il piacere della carne, dell’oro e del pensiero?
Nulla.

Cosa vi acquista il ripudiarli?
Tutto.

Io parlo a peccatori, perché l’uomo è peccatore. Ebbene, ditemi, in verità: dopo avere appagato il senso, o l’orgoglio, o l’avarizia, vi siete sentiti più freschi, più contenti, più sicuri?
Nell’ora che segue all’appagamento, e che è sempre ora di riflessione, avete proprio sinceramente sentito di essere felici?

Io non ho gustato questo pane del senso.
Ma rispondo per voi: “No. Appassimento, scontento, incertezza, nausea, paura, irrequietezza. Ecco cosa è stato il succo spremuto dall’ora passata”.
E se avete fatto una scelta infelice, portatene le conseguenze come una croce, essendo due infelici, ma santi, e senza fare maggiori infelici nei figli, che sono gli innocenti che più soffrono di queste disgraziate situazioni.
L’amore dei figli dovrebbe farvi meditare cento volte e cento, anche nel caso di una morte di coniuge.